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Dove si parla di tutto e di niente, di libri e di storia, di film e di racconti. Un salotto senza pretese, per chi vuole parlar di cose pesanti e di sciocchezze

domenica 12 gennaio 2014

IL SERVIZIO MILITARE DEL ROMANO

IL SERVIZIO MILITARE DEL ROMANO


L'immagine è presa da Wikipedia
Ricostruzione di un Tribuno Angusticlavio (Gruppo Legio XXX Ulpia Traiana Victrix)


Tappa fondamentale del cursus honorum del cittadino romano era il servizio militare.
La leva, se così vogliamo chiamarla, avveniva intorno ai 17 anni, poco dopo la cerimonia che riconosceva il romano come un adulto. In considerazione dello status sociale di partenza, il giovane romano di buona famiglia entrava nel corpo degli equites, ovvero dei cavalieri.
Se si trattava di un rampollo di buona famiglia, poteva entrare nello staff del generale, spesso legato a lui da vincoli di parentela ed amicizia. Il nepotismo non condannato all'epoca, anzi. Poteva essere considerato una prassi. E'possibile vedere questo fenomeno nelle iscrizioni. L'homo novus, infatti, mette in evidenza tutto il cursus honorum, sottolineandone ogni passaggio.
Il giovane che ha antenati illustri, e dunque una strada più spianata, avrà iscrizioni assai meno estese.
Il massimo della carriera in questa fase è ricoprire il ruolo di tribunus militum.

CHE COS'E' IL TRIBUNUS MILITUM?

Il tribunus militum è fondamentalmente un ufficiale. La carica durava normalmente due o tre anni  ed erano un passo ambito per ogni carriera politica di un certo prestigio.
Esistevano due tipi di tribuni: il tribuno laticlavius ed il tribuno angusticlavius. Il primo era di ceto senatorio e si distingueva dal secondo, di rango equestre, dall'ampiezza della striscia di porpora del suo abito. In entrambi i casi erano comunque una presenza d'obbligo nell'esercito. Erano eletti dopo i consoli nel numero di 24. I sei tribuni per legione sopravvissero anche dopo la riforma mariana dell'esercito, con l'introduzione di soldati professionisti. Sotto il legato c'era il tribuno laticlavius e sotto di lui gli angusticlavi. L'età minima per essere tribuno laticlavius era 20 anni e durava dai 5 ai 10 anni di servizio.
I 24 tribuni erano infatti ripartiti nel seguente modo : 14 con 5 anni di servizio e 10 con 10 anni di servizio.
Occorre dire che, per i senatori, dopo questa carica si aprivano le porte della carriera politica vera e propria.
In seguito il loro utilizzo si diversificò.
A partire dall'età del Principato, il tribunus venne impiegato come ufficiale superiore. Un compito assai frequente era quello di guidare le coortes dei vigili.
Il tribuno angusticlavius, per parte sua, rivestiva il secondo ruolo, per ordine di comando, nelle militiae equestris sotto l'imperatore Claudio, ed era più importante del prefetto della coorte ausiliaria ma meno della prefettura d'ala.
Il suo nome era tribunus cohortis milliariae

CONCLUSIONE

L'uomo romano, dal Mos Maiorum, aveva ereditato l'attitudine ad essere un contadino, un uomo partecipe della vita politica e, all'occorrenza un soldato, nel momento in cui la terra dove viveva fosse in pericolo. Il cursus honorum eredita questa ideologia ed era impossibile, per chiunque volesse accedere alla politica, sottrarsi a questo tipo d'impostazione.
Nemmeno i figli di senatori e cavalieri potevano sottrarsi a questa pratica che, a discapito dell'ascesa dell'esercito di professione, non venne mai abbandonata. Potevano ridurre gli anni di servizio con mansioni più leggere...ma doveva comunque essere chiaro il soggetto avesse lavorato nell'esercito. In sintesi, anche con le raccomandazioni, il romano doveva comunque fare il suo dovere.

domenica 22 dicembre 2013

ATEO E CATTOLICO NON PRATICANTE SONO DAVVERO SINONIMI?

ATEO O CATTOLICO NON PRATICANTE SONO DAVVERO SINONIMI?

Tempo fa, conversando con una mia cugina, mi è capitato di discutere sulla religione.
Io, per motivi di chiarezza, le ho detto che ero cattolica non praticante. Mia cugina, allora, sentendo queste parole, ha detto. sorridendo, che questa è una scusa per non dire che ero atea. Atea inconsapevole per la precisione.
Questa discussione, allora mi ha dato da pensare.
Alcune risposte su internet mi hanno dato risposte analoghe.
Io però non sono d'accordo su questa suddivisione tanto settaria. Stando così, l'accezione di cattolico non praticante assume quasi la parvenza di un'ignavo, di chi non ha il coraggio di credere fino in fondo in una determinata religione e ai sui dogmi.
Devo quindi dissentire su diversi punti.
Innanzitutto, l'ateo crede che non vi sia una divinità e rappresenta, sotto un certo punto di vista, una sorta di religione. Se io credo che non è, credo comunque in qualcosa.
E'una dimensione ALTRA rispetto a qualsiasi altro credo.
Il cattolico non praticante non è ateo.
Crede in Dio ma non si riconosce nella Chiesa. E'disgustato dalla corruzione che emerge dagli eventuali scandali e dalle derive reazionarie di certe posizioni. Magari, come nel mio caso, è favorevole all'aborto e questo è contrario alle posizioni più radicali. Proprio per queste divergenze, il suo pensiero non è completamente in linea con quello della dottrina. Da questo deriva la seguente definizione.
Io non penso che i due termini siano sinonimi e non credo nemmeno che vi si debba leggere qualche traccia di codardia nel non prendere quella posizione piuttosto che l'altra. I cattolici praticanti possono pensare ciò che vogliono ma non è la stessa cosa.
Pensare il contrario vorrebbe dire "fare di tutta l'erba un fascio", mischiare cose diverse in un unico minestrone. Non sono per niente d'accordo con chi sostiene che il cattolico non praticante sia un ateo inconsapevole. Lo sviluppo di un pensiero critico è alla base di ogni ragionamento.
Il credere o meno ha senso nella misura in cui tale scelta soddisfi la propria personale esigenza. Accettare senza consapevolezza o sparare giudizi su una cosa che non condividiamo non è un buon modo per risolvere una potenziale discussione. Il sinonimo peraltro deve essere semanticamente attinente al campo del nome con cui ha un significato simile ma non uguale.
Vi sembra, forse, che chi non crede in Dio sia uguale a chi, pur credendoci, non crede nelle gerarchie della Chiesa?

lunedì 16 dicembre 2013

PESSIME AMICIZIE ISTRUZIONI PER L'USO

Effettivamente, avrei voluto approfondire uno dei miei temi di battaglia, come storia antica o simili...ma, colpa le feste natalizie, ho deciso di lasciar perdere per ora.
Questa volta, ho deciso di fare un post più personale.

PESSIME AMICIZIE

Quanti di voi ha avuto l'esperienza di un legame che alla fine si è rivelato dannoso e falso?
Le false amiche sono un fenomeno che capita almeno una volta nella vita, seminando danni, talvolta permanenti. Nel mio caso, tali esseri hanno il dono di farti smettere di credere nel prossimo, di fidarti di lui, spingendoti a azzerare ogni contatto vagamente affettivo.
La mia disastrosa esperienza cominciò all'asilo e durò fino alle medie, condizionandomi il futuro.
Avevo sempre avuto e tuttora ne sono convinta che l'amicizia sia basata sullo scambio, più o meno equo, tra il dare ed il ricevere.
Non sempre è così.
Nel mio caso, ho avuto un'amica possessiva e opportunista...ma questo lo scoprii tempo dopo, quando la verità si parò in tutta la sua inclemenza. Giocavo quasi sempre con lei, perché mi trovavo bene in sua compagnia ma bastava solo che provassi a legare con le altre che subito diventava gelosa. Non mi rivolgeva la parola per giorni oppure diventava scontrosa.
Io ovviamente ci rimanevo male ma mi consolavo che il giorno dopo le passava tutto...e così andava.
Avevo dei problemi con delle altre bambine. Essendo molto timida e bonacciona, mi escludevano dai loro giochi, isolandomi. La mia amica cosa faceva? Andava con loro, lasciandomi da sola...poi però, quando queste andavano via, tornava da me, come se niente fosse.
Le cose andavano sempre in questo modo e anche se provavo ad avere altre amicizie, comunque quel legame aveva finito con l'avere un taglio esclusivo. A tratti era persino soffocante. Vedevo questi difetti ma, essendo costantemente isolata dalle altre, grazie alle bullette in erba dette sopra, non avevo altri appigli.
Poi passammo alle medie.
A quel punto, lei cominciò a sparlare di me, fin dal primo giorno (eravamo nella stessa classe), tirando fuori le mie stranezze (sempre stata bastian contrario fin dalla culla, facevo i capricci con un'infinità di cose, come i vestiti che volevo mettermi.), mettendomi letteralmente alla berlina . 
Non ebbi allora il coraggio di impormi. Ci ero rimasta troppo male per questo. Dove diavolo era finito l'affetto che mi aveva rivolto in passato? Davvero contavo così poco per lei? Io non avevo mai parlato male di nessuno perché mi sembrava scorretto e infame far così...e scoprire quanto poco invece per questa amica valesse tutto questo comportamento fu devastante.
Ero convinta che un'amica fosse capace di ascoltare e consigliare.
Ero convinta che un'amica fosse leale.
Ero convinta che un'amica tenesse i segreti altrui, rispettandoli.
Mi ero sempre attenuta a queste regole mute, complice forse la mia morale  che dice "non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te". Convinzioni e valori che questa persona non esitò a calpestare senza alcuna esitazione, per farsi il gruppo di amiche. 
Mi resi conto solo allora che a lei non importava un bel niente di me e che, per farsi la compagnia, aveva finito con il farmi terra bruciata intorno. Per tre maledetti anni, passai l'inferno e quando passai al liceo mi resi conto che non ero più capace di fare amicizia con nessuno come prima. Ero più bloccata di prima. 
Tuttora mi sorprendo di come certa gente riesca a farsi le amiche ed il fidanzato.
Io so solo una cosa.
Grazie a questa esperienza, non sono più riuscita a fidarmi di nessuno. Forse avevo dato troppo ed ora, non trovando la giusta misura tra il dare ed il ricevere, non sono più riuscita ad avere il giusto equilibrio, complice la timidezza cronica. I danni comunque sono passati non solo al piano delle amicizie ma anche all'amore che comunque si basa sommariamente sulla fiducia. Se manca quella, sparisce il resto.
A 26 anni suonati, dopo aver sotterrato la cosa, questa è nuovamente tornata a galla.
Non so perché.
Probabilmente, a distanza di tempo, riesco a vedere la cosa con dolorosa lucidità, senza tentare inutilmente qualunque masochistico e tossico atteggiamento indulgente. Lei aveva sicuramente una concezione malata dell'amicizia ma la prima a sbagliare sono stata io. Non ho voluto credere fino alla fine, quanto falsa fosse e non ho avuto la forza e la sicurezza nell'esprimermi per farglielo capire. Mi sono fatta condizionare per un eccesso di bontà o stupidità a seconda dei casi, nella speranza di contare qualcosa di più che non fosse un semplice tappabuchi per un pomeriggio vuoto.
Il risultato è stato un dannoso crogiuolo di diffidenza e disincanto...ma solo ora mi rendo conto dell'entità del danno che ho commesso, assecondando una persona simile.
La diffidenza che è nata in me da allora mi ha impedito di vedere gli altri e anche se registravo i loro sentimenti con la testa, non mi raggiungevano affatto. A conti fatti, posso dire che non mi sono mai innamorata, nemmeno una volta. Non ci riuscivo. I miei sentimenti erano trincerati dietro a quell'esperienza devastante per cui mi limitavo a evitare ogni possibile interesse dell'altro nei miei confronti come la peste...e non lo facevo solo perché non volevo soffrire come in passato perché mi ero aperta troppo...ma anche perché, tutto questo aveva azzerato la mia autostima. Per la serie: chi la voleva una come me?Insomma, mi sembrava di far loro un favore.
Fisicamente sono cambiata, dal brutto anatroccolo delle medie (no, non sono un cigno ma una via di mezzo) ma interiormente non troppo. Non so se questa cosa mi ha rinforzato o indebolito...però ho voluto metterla nel post.
Qualora vi capitino persone che corrispondono all'amica che ho descritto, il mio consiglio è di dare retta ai segnali del vostro cuore, cosa che io non sono riuscita a fare. Qualora sentiate oppressione per questo legame, ascoltate questo sentimento. Può essere che l'istinto sia più sincero della ragione. Io non la piantai perché, dopo tantissimi insuccessi in ambito relazionale, non ero riuscita a legare con nessuno, finendo con attaccarmi a questa opportunista...per cui, infischiatevene della sua gelosia e fatevi altre amicizie.
Parlate con questa amica, con sicurezza, chiedendogli se questo legame conti qualcosa per lei e se sarebbe felice che voi bidoniate tutte le altre amicizie per impedirle di averle.
Lasciatela matteggiare, tenervi il muso e simili. In realtà non soffre perché sente di essere abbandonata ma perché teme che il cane servente lasci il suo guinzaglio.
Non lasciate che i suoi sentimenti condizionino il vostro modo di agire. Fate le vostre amicizie ugualmente e sappiate una cosa. Quando troverà altri contatti, lei non esiterà a bidonarvi, come se foste spazzatura, per cui occhio.

Una vera amica:
1 Non è gelosa delle altre amicizie
2Ti consiglia, anche sapendo che non apprezzerai quello che ti dirà
3Non ti abbandona nel momento del bisogno, quando vede che sei in difficoltà

Una pessima amica:
1E'ostile a tutte le altre amicizie che farai, sabotando il tutto con il comportamento e con il senso di colpa che eserciterà su di te.
2. Non ti dice niente, tranne stare in tua compagnia per passare il tempo e di certo eviterà ogni possibile argomento di attrito. Non si fiderà di te al punto da confidarsi e da dire cose che sono UNICAMENTE PER IL TUO BENE.
3Rimarrà con te finché le serve, salvo poi bidonarti per delle compagnie più spigliate e in di te...non prima di calpestare i tuoi sentimenti, tradendoti, solo per farsi bella agli occhi delle nuove amicizie.


martedì 12 novembre 2013

CURSUS HONORUM

CURSUS HONORUM

Il cursus honorum è il percorso politico che ogni cittadino romano era esortato a seguire, per poter svolgere appieno l'officium, ovvero il dovere. 
Ogni carica aveva un limite minimo di età che impediva ai più giovani di accedere, limitando così ogni possibile fenomeno di favoreggiamento, anche se l'influenza della parentela ebbe sempre un grosso peso. In questo modo, si forzava il romano a svolgere prima di tutto le cariche meno prestigiose e importanti per giungere infine a quella più alta, ovvero il consolato o, addirittura, il ruolo di censore.
In ogni caso, nel post che avrete di fronte, voglio parlare della differenza tra CAVALIERI e SENATORI.

Sono i ceti che detenevano il potere a Roma, anche perché solo chi aveva ricchezze considerevoli poteva permettersi di vincere le elezioni e fare carriera politica. In ogni caso, avevano delle differenze interne non di poco conto.
Il ceto senatorio era indubbiamente il più ricco, considerando che l'unica ricchezza conosciuta era quella dei possedimenti terrieri. I vastissimi latifondi dei membri di questa classe sociale rappresentavano un metro di valutazione non di poco conto perché era un bene immobile e quindi sicuro.
Il ceto equestre vantava una rendita leggermente inferiore ed i suoi beni derivavano in massima parte dal commercio e dalle attività che producevano denaro. Essendo queste attività meno sicure, erano soggette a maggiori oscillazioni.

Il cursus honorum senatorio e quello equestre spesso non coincidono e, malgrado le cariche siano spesso equivalenti non c'è modo per un senatore di occupare la carica di un cavaliere. Tutto questo deve essere chiaro. In un primo momento, i cavalieri occuparono un ruolo marginale nella politica, se si parla di cariche...ma ebbero un grandissimo peso se pensiamo che potevano influenzare un senatore piuttosto che un altro con le loro cariche.
Ottaviano e gli imperatori che lo seguirono ebbero buon gioco nel bilanciare il potere senatorio con la presenza dei cavalieri, ai quali davano gli incarichi di maggior peso e concedevano ruoli di forma ai primi. Comunque sia, nel corso del tempo, le due classi finirono con il fondersi insieme, formando un ceto detto optimates. 
Tra le altre cose, la separazione tra senatori e cavalieri riguarda anche la sfera religiosa, con collegia appositi. Per motivi di pratica, parlerò comunque solo del cursus honorum senatorio nella sfera religiosa, perché altrimenti faremo confusione.

sabato 9 novembre 2013

IL CURSUS HONORUM, INTRODUZIONE

IL CURSUS HONORUM

In questo post, parlerò del cursus honorum.
Il cursus honorum è, detta molto sinteticamente, la carriera politica dell'uomo romano e viene riassunta nelle iscrizioni che possiamo ritrovare nelle necropoli e nelle centri abitati. Venivano inoltre aggiunti le eventuali appartenenze a qualche collegio religioso.
Ogni iscrizione era un segno della fama della stirpe, la gens, che così si nobilitava nelle azioni e negli impegni del suo membro. L'epigrafia evidenzia questo percorso, soffermandosi non solo sul nome che indica lo statuus del personaggio, ma anche nella sua carriera.
Un'iscrizione presenta delle caratteristiche non da poco, come:
  1. la lunghezza: un'iscrizione particolarmente precisa nei particolari è indice della ricchezza delle committenze che non risparmiano sull'impiego dei materiali. Potrebbero essere membri della gens, oppure anche delle città che dedicano un'iscrizione onoraria a questi.
  2. la presenza d'incarichi minori: assenti nelle famiglie più prestigiose che appartengono a famiglie con personaggi che sono entrati in politica. Chi è il primo della sua famiglia ad intraprendere il cursus honorum metteva tutti gli incarichi dal primo all'ultimo. Tutto ciò denota l'appartenenza ad una stirpe di lignaggio.
  3. i luoghi: le province non erano tutte uguali ma si distinguevano in senatorie ed equestri. La regione in cui si andava, dopo il consolato, indica se il personaggio dell'iscrizione è un senatore o un cavaliere.
Ovviamente, la distinzione in patrizi e cavalieri si definisce anche in base all'appartenenza ai collegi religiosi, divisi tra quelli peculiari dei senatori e quelli equestri.  L'epigrafia mostra livelli di complessità assai notevoli, anche perché il diritto romano è preciso ai limiti della puntigliosità. Nei limiti del possibile, quindi, analizzerò meglio il percorso, soffermandomi sui vari incarichi volta per volta.

sabato 2 novembre 2013

COTRATTO DI PASSIONE

Recensione: Contratto di passione

Contratto di passione
di Jennifer Probst

Prezzo Brossura: € 13,90
Prezzo E-Book: € 9,99
Editore: Corbaccio
Pagine: 336
Titolo originale: The Marriage Mistake
Genere: Romance contemporaneo

Carolina Conte è innamorata fin da quando era piccola del migliore amico del fratello Michael, Max Gray. Ma benché adesso sia cresciuta, si sia laureata e lavori nell’azienda di Michael di cui Max è CEO, la sua famiglia continua a trattarla come il brutto anatroccolo di casa e Max sembra notarla appena. Finché, complice una conferenza con cena a seguire, Carolina e Max trascorrono insieme una notte di passione cui segue, per imposizione della famiglia, un matrimonio riparatore. Max si sente in trappola, Carolina è furiosa, il matrimonio inizia con una guerra… combattuta in camera da letto senza esclusione di colpi.

RECENSIONE DI VOLPEDORO

Il precedente pezzo è la trascrizione sulla copertina, che ho preso da un altro blog http://www.readingattiffanys.com/2013/10/recensione-contratto-di-passione.html.

Personalmente, questo libro mi è piaciuto. Si capisce che la Probst, da brava americana, non sa un bel niente dell'Italia o, forse, ha visto troppi film del Padrino per non avere un'idea diversa. Questa cosa dei matrimoni riparatori non esiste più in Italia ma se agli americani piace credere una simile fesseria, ben venga. Anche la cosa Pizza &Mandolini è una leggenda metropolitana ma non possiamo pretendere molto. Anche noi abbiamo pregiudizi, no? Passando alla storia, la protagonista è la sorellina minore di Michael, intravista in CONTRATTO FATALE ed il suo amore quasi impossibile per Maximus Gray. Onestamente la trama non ha in sé niente di originale ma la bravura nella narrazione rimedia a questa carenza.
Non si inventa niente ma è anche vero che le parti erotiche sono scritte come devono essere scritte. Il richiamo alle 50 sfumature non manca ma il tono è sempre ironico e lieve. Carolina ha la sindrome della crocerossina e Maximus ha dei lati un po'da mammone ma poteva davvero andare peggio. Nel suo genere, la Probst fa il suo sporco lavoro. Peccato che non ci capisca un'acca dell'Italia.
In ogni caso, i personaggi mantengono un certo grado di simpatia, con i loro difetti e non è poco.
voto: 8

venerdì 1 novembre 2013

FACEBOOK, L'INCOGNITA

Da pochi giorni mi sono messa su facebook...sì, l'ho fatto.
Non è che ne sono molto convinta però. Da brava misantropa come sono, ho un po'di scetticismo per questo strumento. Trovo che sia utile, certo...ma non mi convince molto la cosa delle amicizie. Se non li conosco nemmeno di vista o ho poca confidenza, che lo faccio a fare? No, questa cosetta mi lascia un po'di amaro in bocca. Devo per forza accettare tutte le amicizie che ricevo? Mi sento un po'obbligata e la cosa non mi va molto giù.